Imparare le lingue divertendosi

Le mie bimbe (7 e 9 anni) già sono bilingui italiano-spagnolo e a scuola imparano l’inglese – che cerco di rinforzare il più possibile. Aggiungiamoci la Galinha Pintadinha e il gioco è fatto, stanno imparando il portoghese praticamente senza accorgersene!

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Welcome to the jungle – tu chiamale, se vuoi, esplorazioni

lavorazioni in stazione! eh, Vicenza città dell'oro, ovvio!

Ieri pensavo a come gestire i miei profili social. Mi spiego: da un anno ho aperto MoyanoSomoya, la casa della mia creatività, soprattutto per quanto riguarda la fotografia. Soltanto nell’ultimo trimestre del 2012 ho iniziato a curareo di più il sito, e un po’ alla volta ho aggiunto anche l’account su Twitter e la pagina su Facebook. Mi chiedevo, però, se fosse il caso di aprire account specifici anche sui social network di fotografia: Instagram, Eyeem, Flickr… Ho già account con il mio solito nick, marielademarchi, come fare? raddoppiare? separare completamente i contenuti? E poi c’è anche Exploradora, progetto che vorrei far crescere più velocemente…

Come capita spesso, ho trovato la risposta mentre facevo tutt’altro (lavavo i piatti). Ho capito (grosso modo) che marielademarchi.it è il mio emisfero sinistro, MoyanoSomoya è il mio emisfero destro, e Exploradora è dove mi occupo delle emozioni (esplorarle, capirle). Ok, ma le emozioni cosa sono? Cioè dove le colloco nel cervello?

Mi sono messa a leggere qua e là, tra testi universitari, articoli specialistici e wikipedia. Viste le mie lacune in biologia, fisiologia e anatomia, ho trovato di grande utilità il riassunto di Wikipedia. Almeno inizialmente. Poi ho trovato delle sorprese, il percorso, molto divertente è stato questo:

Leggo la voce “emozione“, che dà un’idea generica di cosa sono e come funzionano le emozioni. Leggendolo, però, scopro che esiste l’alessitimia, cioè “un insieme di deficit della competenza emotiva ed emozionale, palesato dall’incapacità di mentalizzare, percepire, riconoscere e descrivere verbalmente i propri e gli altrui stati emotivi. Viene attualmente considerato anche come un possibile deficit della funzione riflessiva del Sé”. Una volta finito quest’articolo scorgo, tra le voci correlate, “sé (coscienza)“. Strano, la voce sul sé, inteso come parte cosciente di noi, è brevissima. Mi preparo per le battute più scontate, ma siccome la curiosità è più forte vado a vedere la relativa voce in inglese. Qua la storia sembra più lunga, ma in realtà è un elenco di voci correlate relativamente organizzate. Provo a guardare la versione spagnola. Ok, la versione spagnola è decisamente più lunga (secondo me ci ha lavorato un argentino, ma questa la capiscono solo gli ispanoamericani). Mi accorgo che è molto articolata, e decido di guardare altre lingue: sono pochissime e non c’è il collegamento alla versione italiana. Insospettita clicco su quella inglese. Ooops! Mi porta alla pagina dell’Ego. Poca spiegazione e tanti link a seconda del settore. Quindi, invece di cliccare sul link “Ego, one of the three constructs in Sigmund Freud’s structural model of the psyche“, decido di continuare la ricerca nella versione italiana, chissà dove mi avrebbe portata! Eccola, è una pagina di disambiguazione. Bene, scelgo dunque la voce che dovrebbe fare al mio caso, cioè quella di psicologia. La pagina non esiste, è già stata cancellata in passato! L’unica cosa che ci è dato sapere è che si trattava di una “Pagina o sottopagina vuota, di prova, senza senso o tautologica: )” (l’emoticon non è mio).

Certo, se non sceglievo l’italiano quando sono arrivata alla voce inglese “Ego”, arrivavo alla voce “Psychology of self“. Comunque quella voce non ha una corrispondente italiana, ma una spagnola sì. La “psicología del sí mismo” è breve e approssimativa, e per di più ha corrispondenze solo in inglese e in bulgaro.

Ora, io che qualcosa so di questi argomenti posso anche orientarmi in mezzo a tutto questo caos, ma come se la cava chi si avvicina a Wikipedia per capirne qualcosa da neofita? Meglio che si prenda un buon libro di introduzione alla psicologia o alle scienze della mente. Se uno veramente volesse imparare con Wikipedia in mano sarebbe spacciato! Almeno per quanto riguarda la psicologia. Anche se, a dire il vero, gli psicologi già non capiscono se stessi, figuriamoci capirsi fra di loro per mettere in ordine le voci su Wikipedia :-)

PS: alla fine ho deciso di separare completamente i flussi di contenuti, anche se comunque sono interdipendenti – proprio come nel cervello, sì.

PS2: il cartello che compare in foto si trovava tempo fa nella stazione di Vicenza – ovvio, essendo la città dell’oro dovevano esserci lavorazioni, non lavori in corso!

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#socialamici imbranati

Mi piace che la gente si presenti quando mi chiede l’amicizia su Facebook. Certo, non tutti saranno creativi, ma basta davvero poco per far capire perché ci si avvicina. E anche se una persona non si presenta subito, può sempre dire qualcosa dopo che ho accettato – ho deciso di dare un’opportunità comunque agli sconosciuti, talvolta sono solo imbranati. C’è imbranato e imbranato, però!

Verso luglio dell’anno scorso ricevetti una richiesta di amicizia da un uomo che non conoscevo, guardando nel suo profilo scoprii che avevamo oltre 70 amici in comune (settore web e consulenze, per lo più). Nessuna presentazione, quindi decisi di accettare e di mandargli il solito messaggio per questo tipo di casi. Ecco cosa accadde:

conversazione con un socialamico imbranato su facebook

Inutile dire che non abbiamo più avuto alcun genere di contatto: non un messaggio, non un commento, non un “mi piace”, nulla. Non abbiamo proprio niente da condividere – ho guardato di nuovo la sua bacheca oggi – e le decine di “amici” in comune non sono altro che un dato statistico. Che la parola amico sia usata spesso come sinonimo di contatto, su Facebook, è ormai cosa assodata, tuttavia questa confusione tra quantità e qualità delle relazioni mi fa pensare parecchio. Su cosa ci basiamo veramente per valutare una persona incontrata online: il lavoro che fa? le persone in comune? Mi riferisco al primo incontro, quando non sappiamo nulla di chi abbiamo di fronte e non ci sono molti contenuti ad aiutarci.

Questi sono solo appunti per riflessioni su cui tornerò con regolarità. Nonostante una lunga lista di dialoghi esemplari che da tempo mi ripropongo di pubblicare, ho capito soltanto di recente che la comunicazione privata tra socialamici funziona in modi molto sui generis.

Intanto rimuovo l’imbranato dagli amici, ho aspettato finora solo perché continuavo a rimandare questo post :-)

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#socialamici e la forza del destino

Come sapete, oltre che di lettere e traduzione mi occupo spesso di progetti web e mi interesso delle dinamiche che si instaurano tra le persone nei social network. Un mio chiodo fisso è l’amicizia su Facebook: come si instaura, come si sviluppa e come, eventualmente, muore. Ne ho scritto più volte qui, prima con una posizione severa, poi più flessibile e aperta (mi piace che la gente si presenti, ma alla fine do sempre un’opportunità a chi non lo fa) e infine a proposito dei profili che non corrispondono a persone.

Ora inauguro una serie di post sui modi più o meno strambi, stupidi o simpatici di fare amicizia sui social network, una sorta di raccolta sulla socializzazione in privato – ché di quanto si scrive sulle bacheche si sa già parecchio. E a prova della mia indistruttibile fiducia nell’umanità, comincio con un esempio positivo, una richiesta originale e irresistibile:

Richiesta di amicizia da Leonardo Marcello Pignataro, traduttore editoriale e di audiovisivi

E non poteva essere altrimenti, Leonardo Marcello Pignataro è un ottimo traduttore editoriale e di audiovisivi! L’avevo già incrociato nei soliti giri traduttoreschi online, quindi la richiesta di amicizia non è arrivata dal nulla, ma con una presentazione del genere oltre a ridere assai ho accettato molto di buon grado. Gli ho chiesto se potevo citarlo, of course; invece quando scriverò qualcosa sui cafoni (ne ho uno da campionato, vedrete) li lascerò nell’anonimato, preferisco risparmiarmi denunce per diffamazione.

Recupererò anche i post pubblicati sulla mia bacheca, sempre per quella mia idea di sottrarre i testi effimeri all’oblio. Se qualcuno, poi, vuole aggiungersi a quest’impresa di antropologia culturale, ne sarò più che contenta. La serie sarà contrassegnata dall’etichetta #socialamici.

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[Punto Aparte] Un solido grumo di dolore

camminata fra gli alberi

Alcuni giorni fa è stato pubblicato un mio articolo sulla vergogna (in spagnolo), scritto per il quarto numero della rivista Punto Aparte. Eccovi un passaggio tradotto in italiano:

La vergogna che ci rifiutiamo di affrontare nasce nell’infanzia e ci riconduce sempre, inevitabilmente, all’infanzia. Ci fa sentire incompleti e piccoli, vulnerabili e fragili, esposti agli altri. Ci porta a puntare il dito verso un’altra persona o situazione per liberarci dal peso di noi stessi – peso acquisito, ricordiamolo, non intrinseco. Arriva irruenta e atroce, si rivela in tutto il suo paradossale splendore calpestando il nostro corpo e il nostro bisogno di controllare la situazione.

La vergogna è un camaleonte sfuggente e flessibile, sta un po’ ovunque. Non appena credi di averla addomesticata con il meglio della tua artiglieria razionale, eccola che si affaccia da angoli dimenticati e si presenta con una nuova maschera nel momento più inopportuno, proprio quando avevi bisogno dell’esatto contrario.

La versione completa è su Exploradora.

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