giu 13

Constatazione amichevole

Vado a digestione lenta, sempre più lenta, ma anche più efficace. La sera di venerdì 4 giugno si è tenuto presso il Gran Caffé Garibaldi l’incontro finale del corso di Lettura e scrittura poetica, a cura dell’associazione culturale Artémis e con la guida di Stefano Guglielmin. Dopo una piacevole cena, in cui gli ingredienti predominanti erano le ricche chiacchierate e la scoperta di persone nuove e stimolanti, c’è stata la lettura di alcuni testi di poesia. In parte si trattava di componimenti dei partecipanti, in parte autori presentati per l’occasione. Ho avuto l’onore di leggere la versione originale dei poemi di Alejandra Pizarnik, presentati da Stefano Guglielmin. Poi ho letto un mio testo e ho presentato la poesia di un caro amico, il poeta boliviano Gabriel Chávez Casazola.

Per ora vi presento il mio testo, Preghiera. Come dicevo quella sera, si tratta della mia prima incursione nella poesia, e so di aver scritto qualcosa di ancora primitivo. Rimane per me di grande valore perché più che una preghiera ho scritto una sorta di constatazione, amichevole: lo scontro – con me – era in realtà già avvenuto, ma non ne ero del tutto certa, quindi speravo che avvenisse. Le mie richieste si sono compiute nel giro di poche settimane. Mi sono data retta.

**

Preghiera

finestre senza tende,
che esibite per nascondere

pareti massicce,
che dite di contenere il calore
e invece custodite il freddo

stanze crude
che con uno schiaffo amaro
spegnete ogni parvenza di focolare

pavimenti impauriti
che vi ostinate ad apparire solidi

fermatevi

fermatevi un istante
un giorno, un mese un anno

respirate
con le poche cellule che vi rimangono in vita
rimanete in vita

anzi

decidetevi a vivere

**

Mariela De Marchi Moyano, aprile 2010

2
comments

feb 22

I cocci

Oltre a guardarmi indietro dovrei anche prendere in mano i miei cocci, uno ad uno, esaminarli e pensarli attivamente – cioè con una volontà esplicita ed univoca di prenderli in considerazione e valutarli. La mia difficoltà risiede nel posare lo sguardo e la mente sul singolo coccio senza perdere di vista il vaso il tavolo la stanza la casa e un lungo eccetera. Riconoscere e identificare un coccio non è la parte più difficile, anzi: il problema è cosa me ne faccio, dove lo incollo se lo incollo, perché si è rotto il vaso, chi l’ha rotto. Io invece rimango ferma al coccio. Nel migliore dei casi arrivo al vaso, ma a quel punto il coccio è ormai sfuocato, impossibile vederlo con chiarezza senza impigliarmi nel vaso. Se mi concentro nel tavolo allora non c’è più il vaso, se afferro la stanza è la volta di perdere il tavolo e così via. Non sembrano esserci punti d’appoggio – ci sono, eccome, ma io sfuggo loro e fuggo da loro, non trovo il freno a mano.
Quante cose da rivedere, quanta voglia di tirare energicamente la tovaglia e far cadere tutto per terra, sentire la meravigliosa musica delle stoviglie che vanno in frantumi. La tentazione dell’annientamento è sempre dietro l’angolo. Ma, lo so, torneranno comunque a galla, i cocci, non c’è fuga che tenga. È meglio che me ne occupi, con calma ma alla svelta.

1
comments

nov 18

Quando sentiamo, quanto sentiamo

Una volta, quando sentivo le parole “violenza contro le donne”, pensavo a schiaffi, botte, calci, stupri. Pensavo che gli insulti, ad esempio, fossero normale prassi all’interno di liti che prima o poi capitavano a tutti. Solo negli anni recenti ho preso consapevolezza del potere distruttore della violenza verbale, anche se leggera, delle umiliazioni di solito ripetute nel tempo e logoranti. Solo negli ultimi mesi ho capito che c’è una violenza non esplicita molto difficile da disinnescare, fatta di non detto, di premure soffocanti, di gesti ambigui, di rapporti vessatori, di cecità e sordità. E solo nelle ultime settimane ho cominciato a capire quanto siamo noi, donne, le nostre stesse aguzzine. Non da sole, ma con la connivenza di un’intera società familistica che si regge in piedi grazie all’omertà.

È per paura che rimaniamo ferme, anche, o soprattutto, quando sembra che non stiamo mai ferme – in realtà non andiamo da nessuna parte, ci muoviamo per scappare dalla consapevolezza. Paura della solitudine, paura della verità, paura di aprire gli occhi e di dover vedere ciò che è evidente: che alla maggior parte della gente che ci circonda non gliene frega un corno di noi. E, ciò che è peggio, a noi stesse importa poco di noi. Preferiamo le spiegazioni consolatorie, o un’opposizione molto propagandata di fronte a un nemico esterno che ci torni comodo in quanto alibi perfetto per non guardarci dentro. La violenza, in tutte le sue forme, si alimenta di silenzio: quello della vittima che si vergogna di ciò che le è accaduto o le accade ancora, e quello di chi le sta intorno e non vuole intervenire. I panni sporchi si lavano in casa, giusto? Ma la maggior parte delle violenze hanno origine a casa, giusto? Allora i conti non tornano.

Chi si trova all’interno di una situazione di violenza, sopruso, abuso, deve fare subito una cosa: uscirne. Ma non è l’unica, e nemmeno quella più difficile, è solo l’inizio: il peggio viene dopo, quando bisogna prendersi cura di sé. Una persona che è stata “vittima” non l’ha fatto per scelta masochistica, ma per una serie di meccanismi riflessi molto radicati, che non riesce a percepire come tali e che condizionano anche il suo gesto più innocuo. Allora, quando esce dalla violenza, si sente spaesata perché perde i punti di riferimento e perché la libertà, per quanto agognata, costa cara. E se non si ritrova, ancora una volta, in una nuova situazione di violenza, se la crea da sola, internamente. Se non riceve maltrattamento se lo procura da sola.

La nostra società è piena di queste persone – anzi è proprio fatta di queste persone – e quasi nessuno se ne accorge. Tendiamo ad andare avanti nella completa indifferenza, disinteressati dell’Altro. D’altra parte, se non ci occupiamo di noi, come possiamo immaginare di occuparci degli altri? E viceversa, se non ci occupiamo veramente degli altri, non saremo mai in grado di occuparci di noi. Ciò che ci manca, più che la consapevolezza, è il coltivarla, l’alimentarla, il crescerla, il curarla come se fosse un bambino, che siamo noi. Solo che la consapevolezza ci rende contemporaneamente più vulnerabili e più forti, e queste sono entrambe cose che spaventano: la vulnerabilità ci fa sentire in pericolo (ma vivi), la forza ci fa sentire umiliati perché non l’abbiamo usata abbastanza a nostro favore (per essere vivi).

La verità è che quando siamo in mezzo agli altri preferiamo non vedere, non vederli, perché ci costringono a vederci. Preferiamo i sentimenti preconfezionati, quando è festa siamo allegri, quando è il momento di scandalizzarsi ci scandalizziamo. Provare qualcosa di autentico è troppo faticoso e doloroso e quindi ne facciamo a meno ogni volta che possiamo. L’abitudine di non mostrare ciò che proviamo, però, un po’ alla volta ci fa perdere ciò che proviamo e ciò che provano gli altri. Non siamo capaci di intercettare la sofferenza, se la intravediamo facciamo finta di niente. Passiamo per la vita, per il mondo, per le cose, senza esserci.

Allora, ricominciamo daccapo. Che cos’è la violenza? Siamo sicuri di non esserne autori?

3
comments

set 29

Cómo gasto papeles recordándome…

Cómo gasto papeles recordándome, cómo me hago hablar en el silencio, cómo no me quito de las ganas aunque nadie me vea nunca conmigo. Y cómo pasa el tiempo, que de pronto son años, sin pasar yo por mí detenida.

Me doy una canción, como mínimo. Aunque jamás imaginé que podía pensar en mí como amante mía, y mucho menos con la letra de Silvio – tan atinada en este (mi) momento. Si sigo con el ejercicio veo que esta canción me queda muy bien, dirigida hacia mí:

Me doy una canción
si abro una puerta
y de las sombras salgo yo,
me doy una canción de madrugada
cuando más quiero mi luz,
me doy una canción
cuando aparezco
el misterio del amor
y si no lo aparezco
no me importa:
yo me doy una canción.

Si miro un poco afuera me detengo,
la ciudad se derrumba y yo cantando,
la gente que me odia y que me quiere
no me va a perdonar que me distraiga.

Creen que lo digo todo,
que me juego la vida
porque no me conocen
ni me sienten.

Me doy una canción
y hago un discurso
sobre mi derecho a hablar.
Me doy una canción
con mis dos manos,
con las mismas de matar.

Me doy una canción
y digo: Patria.
Y sigo hablando para mí.
Me doy una canción
como un disparo, como un libro,
una palabra, una guerrilla…
como doy el amor.

1
comments

set 28

Digestión lenta

Un día, en vez del almuerzo de siempre, te comes un jabalí enorme. Hay de todo, carne, grasa, huesos, tuétanos. Sientes el sabor de cada pedazo que te metes en la boca (no creo que lo metas en las orejas), comes chupándote los dedos. Hasta que te das cuenta de que te comiste un entero jabalí. Y que te tomará medio siglo terminar de digerirlo. Así que gozas por el placer de masticar carne verdadera y sabrosa, pero sufres porque sabes que te arrastrarás pesadamente por un buen tiempo, hasta que termines de hacer la selección, de asimilar y rechazar, según.

1
comments

set 28

No estoy

Es decir estoy, pero mucho, demasiado. Tanto que tengo que digerir todavía. Pero estoy mejor, eso sí. Estoy mejor y estoy peor, y estas son excelentes noticias: estoy, siento, vivo. Soy.

0
comments

set 26

Retrato de grupo con rompecabezas

Apenas te haces un propósito noble, que harás realidad con una acción generosa y sin esperar alguna recompensa, la vida te pone a la prueba y te bofetea una situación peliaguda. Deberías ser noble y generoso, en cambio sientes tu ego herido y pones delante los brazos como reflejo de protección. Sólo un imprevisto te obliga a tragarte el orgullo, calmarte y pensar con la mente fría. Poco a poco logras ponerte en los paños del Otro y entender por qué te trató así. Te toma tiempo, sin embargo, hacer algo en serio, que corresponda a lo que sientes.
Entonces tú también te tomas algo de tiempo, para terminar de digerir y asimilar las cosas. Limpias tu casa y te dices que por fin, era hora, ahora sí que tienes el espacio ordenado que puede acoger mejor el trabajo de la mente, sin ponerle obstáculos cada dos por tres. Encuentras incluso, de casualidad y en un lugar obvio, un documento médico que buscabas desde hace un mes. Te duchas, te vistes, te maquillas y te vas al teatro.
Te suspendes y entras en la obra, vuelves a casa y para despejar tus nubes te arrimas al rompecabezas: falta poco, te dices, ¿y si tratara de terminarlo ahora? Y así, una pieza tras otra, vas llenando los espacios que quedaban vacíos del fondo, ese fondo casi uniforme y aparentemente tan difícil, que rodea a los enamorados de Klimt que se besan… Hasta que, casi sin darte cuenta, terminas. ¿Ya está? Sí, ya está.
Terminas también de pensar, de darle vueltas al asunto, de llorar, de lamentarte. Pensabas terminar el rompecabezas hacia el diez de octubre y en cambio está listo con dos semanas de anticipación. A lo mejor, pero no lo piensas muy fuerte por si las dudas, también otras cosas podrían terminarse antes de lo previsto. Podrías terminarlas.

0
comments

set 25

Hay lecturas y lecturas

Hoy terminé el libro que me ocupaba: casi 300 páginas en una semana. Nada mal, sobre todo teniendo en cuenta mis ritmos de los últimos años (nulos). Y es que cuando uno tiene verdadero interés no hay límites que lo detengan.
Hoy releí viejas cartas, en realidad lo hago desde hace un par de semanas, las paso de la casilla de correo a un documento especial. No todas las cartas, sino aquellas, las importantes. Hace un año, hace uno y medio, hace algunos meses, él me decía ya las cosas que yo ahora voy poniendo en orden. Superficialmente parece que yo repita, claro, de puro floja. Y no, no es así. Es que no importa cuántas veces y de qué modo te digan ciertas cosas, si no las digieres y elaboras tú es como si no las hubieras oído nunca. Así que apenas, con gran conmoción, logro atar unos cuantos cabos sueltos, me doy cuenta, pocos días después, que él ya me había dicho todo eso tal cual. ¿Dónde estaba yo, cuando me hablaba o me escribía?
Bueno, lo que sé es que ahora estoy aquí, y cuando hablamos escucho y hasta hablo.
Hablo.

0
comments

set 24

En el claro de la luna

(Silvio Rodríguez)

En el claro de la luna
donde quiero ir a jugar,
duerme la Reina Fortuna
que tendrá que madrugar.

Mi guardiana de la suerte,
sueña cercada de flor
que me salvas de la muerte
con fortuna en el amor.

Sueña, talismán querido,
sueña mi abeja y su edad;
sueña y si, lo he merecido,
sueña mi felicidad.

Sueña caballos cerreros,
suéñame el viento del sur,
sueña un tiempo de aguaceros
en el valle de la luz.

Sueña lo que hago y no digo,
sueña en plena libertad,
sueña que hay días en que vivo,
sueña lo que hay que callar.

Entre las luces más bellas
duerme intranquilo mi amor
porque en su sueño de estrellas
mi paso en tierra es dolor.

Mas si yo pudiera serle
miel de abeja en vez de sal
¿a qué tentarle la suerte
que valiera su soñar?

Suéñeme, pues, cataclismo,
sueñe golpe largo y sed,
sueñe todos los abismos,
que de otra vida no sé.

Sueñe lo que hago y no digo,
sueñe en plena libertad,
sueñe que hay días en que vivo,
sueñe lo que hay que callar.

Sueñe la talla del día,
—del día del que fui y del que soy—
que el de mañana, alma mía,
lo tengo soñado hoy.

(1974)

Escucha la canción.

0
comments

set 24

La mujer(,) (y) la propiedad privada

Hace ya semanas que yo hinchaba las pelotas a mi madre y le decía que debía comprarse otra computadora, el bicho que tienen en casa es tan lento que ya no da ni para abrir una pinche página en Firefox. Y ella postergaba la cosa, que ya veremos, que el dinero, etc. Hasta que el domingo pasado mi padre, en medio almuerzo, me dijo con voz ceremoniosa y preambulosa: “Mariela, quisiera pedirte un favor, necesitamos tu ayuda, aunque bien podríamos pedirle a tu hermano, pero es que a lo mejor él tiene unas ideas fijas, si consultamos a los dos pueden ver juntos bla bla bla etc etc etc; la mami necesita urgentemente una computadora nueva”. En ese momento levanté las manos y dije (casi) aleluya, en realidad dije “¡por fin!”. Mi hermano dijo “pero si hace rato que lo decimos nosotros también”, y yo le contesté, justamente, que mientras no hubiera la voz oficial nada se hacía. Y lastimosamente es cierto, pocas cosas son las que decide autónomamente mi madre, en general o deciden juntos, hasta para lo que es dominio exclusivo de ella (como en este caso, ya que la computadora es para su trabajo y mi padre no la tocaría ni pagado), o decide él. O si decide ella es él, en definitiva, quien sanciona las cosas, quien pone el sello de “autorizado”.
En fin, ayer fui con mi padre y uno de mis hermanos a comprar la tal computadora, portátil para que mi madre la use también cuando va a sus cursos o a visitar a las familias a lugares lejanos. Cuando ella llegó para la cena, ya bastante tarde, quedó muy contenta con la sorpresa, no esperaba que hiciéramos la compra tan pronto. Y además nos vio, a mí y a mi hermano, sudar la gota gorda para configurar todo para ella: caracteres grandes para sus problemas de vista, eliminación de iconos inútiles en el escritorio, accesos rápidos a cosas indispensables, instalación del messenger para que chatee con sus hermanos y sus amigos… Cuando por fin se acercó a probarla y yo le iba a mostrar las principales novedades, dijo: “ay, qué emoción, nunca habría imaginado que iba a tener una computadora toda para mí”. Lo dijo con candor, seguramente sin pensar en lo que decía, y me dejó anonadada. Mi madre, como muchas mujeres, no se esperaba poder poseer algo, no llega a concebir la propiedad privada como algo que puede corresponderle de manera natural. Ella se considera únicamente como parte de una colectividad, la familia, y la individualidad se pierde en ese conjunto o se atenua mucho – por lo menos así es en su caso. Mujer como propiedad privada (del marido o de la familia), no como individuo con derecho a la propiedad privada.
Creo que lo que más me impresionó de este episodio fue que yo no había pensado en ello antes, que recién me voy dando cuenta de este status quo. Que, lo sé bien, difícilmente cambiará.

0
comments