Lande che si popolano

Arrivo giusto in tempo, per la verità in ritardo sulla mia tabella di marcia ma in un buon orario per la festa. Da fuori la casa non mi dice nulla di particolare, arrivo all’ingresso e le candele lungo le scale e la musica mi confermano di non aver sbagliato indirizzo. Salgo, tutti appaiono rilassati e chiacchieroni, entro nel salotto-cucina e vedo lei. Silvana è bella e accogliente, una perfetta padrona di casa, scambiamo due parole e decidiamo di iniziare tra quindici minuti. Intanto rileggo i testi, taglio qualche rigo.

Silvana raduna un po’ di ospiti e soprattutto il suo compagno: è la sua festa di compleanno, 50 anni. Siccome oltre a questa età magica (maledetta, dirà più di uno) si aggiunge il fatto che loro convivono da appena un anno, lei mi ha chiesto di scegliere e leggere dei testi che parlassero di entrambe le cose. Eccomi qui, quindi, è la mia prima volta in un simile contesto e faccio finta di non pensarci, cioè ci penso ma volutamente mi ignoro, avere un pubblico festaiolo così vicino non è una passeggiata. Ma è anche la prima volta che sono pagata per fare una cosa che amo, e ciò mi rasserena assai.

Si annuncia l’intermezzo letterario e inizio. Prima con una versione ridotta del racconto L’uomo che piantava gli alberi, di Jean Giono. Un po’ alla volta mi accorgo della difficoltà dell’impresa, delle mille varianti che non avevo previsto, della quantità di testo che (purtroppo) avrei dovuto tagliare per essere più vicina al pubblico presente. Mi armo di pazienza e concentrazione e vado avanti lo stesso, improvvisando qualche minimo taglio durante la lettura.

Questa è la versione integrale, in un’animazione stupenda di Frédérick Back, recitata in italiano da Toni Servillo:

Finisco e gli applausi non si fanno aspettare, arrivano forti ed entusiasti, il festeggiato è contento e Silvana pure. Ora si parla d’amore. A me piace sempre tanto vedere due persone che si amano e che si scelgono, che imparano a conoscersi e ad ascoltarsi. A loro va, dunque, questo bellissimo brano tratto da I rapporti umani, ne Le piccole virtú, di Natalia Ginzburg:

Un giorno incontriamo la persona giusta. Restiamo indifferenti, perché non l’abbiamo riconosciuta: passeggiamo con la persona giusta per le strade di periferia, prendiamo a poco a poco l’abitudine di passeggiare insieme ogni giorno. Di tanto in tanto, distratti, ci chiediamo se non stiamo forse passeggiando con la persona giusta: ma crediamo piuttosto di no. Siamo troppo tranquilli; la terra, il cielo non sono mutati; i minuti e le ore fluiscono quietamente, senza rintocchi profondi nel nostro cuore. Noi ci siamo sbagliati già tante volte: ci siamo creduti in presenza della persona giusta, e non era. E in presenza di quelle false persone giuste, cadevamo travolti da un tale impetuoso tumulto che quasi non ci restava più la forza di pensare: ci trovavamo a vivere come al centro d’un paese incendiato: alberi, case e oggetti divampavano intorno a noi. E poi di colpo si spegneva il fuoco, non restava che un po’ di brace tiepida: alle nostre spalle i paesi incendiati sono tanti che non possiamo più nemmeno contarli. Adesso niente brucia intorno a noi. Per settimane e mesi, passiamo i giorni con la persona giusta, senza sapere: solo a volte, quando rimasti soli ripensiamo a questa persona, la curva delle sue labbra, certi suoi gesti e inflessioni di voce, nel ripensarli, ci dànno un piccolo sussulto al cuore: ma non teniamo conto d’un cosí piccolo, sordo sussulto. La cosa strana, con questa persona, è che ci sentiamo sempre cosí bene e in pace, con un largo respiro, con la fronte che era stata cosí aggrottata e torva per tanti anni, d’un tratto distesa; e non siamo mai stanchi di parlare e ascoltare. Ci rendiamo conto che mai abbiamo avuto un rapporto simile a questo con nessun essere umano; tutti gli esseri umani ci apparivano dopo un poco cosí inoffensivi, cosí semplici e piccoli; questa persona, mentre cammina accanto a noi col suo passo diverso dal nostro, col suo severo profilo, possiede una infinita facoltà di farci tutto il bene e tutto il male. Eppure noi siamo infinitamente tranquilli.

E lasciamo la nostra casa, e andiamo a vivere con questa persona per sempre: non perché ci siamo convinti che è la persona giusta: anzi non ne siamo affato convinti, e abbiamo il sospetto che la vera persona giusta per noi si nasconda chissà dove nella città. Ma non abbiamo voglia di sapere dove si nasconde: sappiamo che ormai avremmo ben poco da dirle, perché diciamo tutto a questa persona forse non giusta con cui adesso viviamo: e il bene e il male della nostra vita noi vogliamo riceverlo da questa persona, e con lei. Scoppiano fra noi e questa persona, ogni tanto, violenti contrasti: eppure non riescono a rompere quella pace infinita che è in noi. Dopo molti anni, solo dopo molti anni, dopo che fra noi e questa persona si è intessuta una fitta rete di abitudini, di ricordi e di violenti contrasti, sapremo infine che era davvero la persona giusta per noi, che un’altra non l’avremmo sopportata, che solo a lei possiamo chiedere tutto quello che è necessario al nostro cuore.

Naturalmente a questo punto arriva il “bacio! bacio! bacio!” e la festa riprende. Qualcuno si avvicina e mi fa i complimenti, mi fermo a festeggiare, bevo e mangio di gusto. Un paio d’ore dopo saluto Silvana. Mi dice “questo è solo l’inizio” e io ci credo. Salgo in macchina e la musica mi abbraccia fino a casa.

*

[È un inizio in tutti i sensi e in tutti gli ambiti della mia vita. Il periodo non è facile, anzi, e mi costa parecchio parlarne - si sente dal mio lungo silenzio, le parole scritte su Facebook/Twitter/GooglePlus sono tasselli apparentemente sconnessi di un'opera articolata che può essere compresa soltanto in prospettiva, con uno sguardo d'insieme. È qui che poco per volta partirò dalla frammentarietà verso l'unità. Per ora parlerò con fatti, con immagini e con musica, finché non avrò fatto un po' d'ordine. Alla fine non è che una rinascita, forse è la volta buona, chi lo sa, tentare nuoce ma il gioco vale la candela. Le parole arriveranno quando saranno mature.]

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C’è qualcosa che bolle in pentola

Tra il dire e il fare c’è di mezzo la volontà, il desiderio reale di qualcosa, l’assunzione delle relative conseguenze, l’accettazione di sé in tutto e per tutto, la responsabilizzazione fino alle ultime conseguenze, l’onore e l’onere della libertà.

Poco più di un mese fa pensavo e scrivevo queste cose. Molto belle, certo, eppure mancava qualcosa, di buoni stimoli ne ho ricevuti a bizzeffe ma non sono riuscita ad accoglierli appieno, o forse non li ho assimilati. Ci ho pen(s)ato parecchio fino a capire di avere una paura folle della mia forza, poiché diventando forte sono costretta a rinunciare a tutti gli alibi che tanto comodo mi fanno. Una cosa è voler migliorare, un altro paio di maniche è farlo senza esitazioni; in fondo le cose negative che mi accompagnano da tanto tempo sono rassicuranti perché le conosco, sono un punto di riferimento che apparentemente mi impediscono di smarrirmi. E invece…

Per quanto sia difficile ho cercato di lanciarmi nell’incognita della crescita, soprattutto per vie traverse (ma sono poi così traverse?). Ecco, quindi, che per accogliere la mia forza, e lasciarla volare libera e al contempo disciplinata, ho cominciato a lavorare sulla mia voce. Al corso di teatro corale di Ossidiana, che frequento da quasi due anni, c’è una bravissima docente di vocalità e canto, Linda Viero, che mi sta aiutando molto in questo senso. Avevo un blocco con le note basse, che per me sono sinonimo di forza e stabilità, e con un po’ di esercizi e giochi ho cominciato a esplorarle. Adesso comincio a permettermi di cantarle, sono un po’ amare ma calde. Mi piacciono, sento che sono mie. Non è stato facile arrivare a questo punto (di partenza), liberare la mia voce vuol dire liberare le mie emozioni, sospendere il giudizio e semplicemente vivermi come strumento musicale, che esprime e racconta me stessa e la mia visione del mondo.

Non posso cantare tutto il giorno, però, e ci sono molti contesti in cui ho bisogno di uscire allo scoperto. Quindi per darmi una spinta ho pensato di crearmi impegni con gli altri, evitando di farlo in privato, in modo da mettermi in gioco senza via di fuga. Una volta data la mia disponibilità in pubblico non posso più tornare indietro, giusto? Dunque ho organizzato gli incontri di conversazione in spagnolo, con la formula della tertulia, per mantenere in forma la mia lingua madre e per lavorare lontano dal computer.

Tertulia - logo

Come da tradizione, le tertulias si tengono intorno a un tavolo, mangiando e bevendo cose buone, in un ambiente rilassato e informale – in questo caso la cucina di casa mia :-). Siccome non volevo che si camminasse senza rotta, ho introdotto argomenti legati all’attualità e a ciò che tocca da vicino le persone. Poi ho pensato che sarebbe stato interessante poter estendere gli argomenti anche a chi non parla lo spagnolo. Creare, quindi, occasioni di confronto intorno a temi importanti per chi vuole conoscere meglio il proprio contesto culturale, per chi desidera costruire qualcosa senza aspettare che le cose “si sistemino”. Quindi dopo i primi incontri a carattere linguistico ho lanciato, con il supporto di Gino Tocchetti, la prima tertulia insieme a Ecosistema 2.0:

Questo incontro, insieme a Ecosistema 2.0, è aperto ai professionisti e appassionati che si interessano al modello a rete – aperto, trasparente, collaborativo, generoso e gioioso – e in particolare a chi desidera estenderlo dal web al territorio o desidera portare il meglio del territorio al web.

Si parlerà anche dell’imminente evento “Riti sociali italiani 2.0: moda, cucina e apprendimento ludico“, in cui interverranno Mariela De Marchi, Sara Maternini e Domitilla Ferrari e chi si vorrà aggiungere per discutere l’argomento. L’incontro si terrà a Milano, in occasione del Digital Experience Festival, allo IED – Sala B3 – Via Bezzecca, 5, Milano – 10 Marzo, dalle ore 10.30 alle 12.30.

Alcuni partecipanti prepareranno da mangiare per tutti. Chi vuole può portare qualcosa. A tavola ci sono solo 10 posti, poi si fa spazio a tutti. Per chi viene a cena c’è una quota di 10 euro a testa.

Se qualcuno vuole venire c’è ancora tempo, rimane qualche posto libero, basta dirlo nella pagina dell’evento su Facebook oppure contattarmi direttamente.

Questo è solo l’inizio, molto presto arriveranno altre iniziative. È da molto che immagino avventure di vario genere, in particolare legate al settore culturale, ma ho sempre avuto qualche scusa per non andare fino in fondo. Ora sono nel bel mezzo della svolta e non torno più indietro: i conti tornano, ogni cosa trova una sua collocazione in rapporto alle altre, inizia la prima stagione della raccolta e delle scelte, prendo decisioni impegnative e mi comprometto definitivamente.

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Con le scarpe tutte rotte, o dell’arte di comunicare

Oggi un amico, Luca, mi raccontava di un brutto sogno che aveva fatto: non riusciva più a immagazzinare informazione, la “memoria” del suo cervello era esaurita. Per la cronaca Luca è trentenne, quindi è da scartare un timore della vecchiaia. Quando stavo per raccontargli del caso di Henry Gustav Molaison, ora studiato al millimetro dalla squadra del ricercatore Jacopo Annese presso The Brain Observatory, ha aggiunto:

una volta sognavo l’enciclopedismo

ora mi basterebbe sostituire le vecchie cose (inutili) con altre piu’ vive

ma non ci riesco

Ecco, il punto è proprio questo: l’errore consiste nel voler sostituire le cose vecchie con cose nuove. Non che sia impossibile ma non si può nemmeno programmare una cosa del genere, è semplicemente il naturale decorso quando le cose nuove prendono il sopravvento. Ma queste cose nuove devono prima esserci, devono esigere la nostra attenzione e le nostre energie in modo che le cose vecchie rimangano in secondo piano. Se vogliamo soltanto sbarazzarci del vecchiume che ci portiamo addosso non ne verremo mai a capo. Ci sono dei tempi fisiologici per il cambiamento che non possiamo forzare e ci vuole una coerenza tra il cambiamento interno e i suoi effetti all’esterno: se nessuno sa che abbiamo intrapreso una nuova direzione continueremo ad essere trattati come se caminassimo sulla vecchia strada.

Tutto questo mi è venuto in mente perché per più di un mese ho lottato contro i mulini a vento, per poi capire che era tutto dentro di me – tanto per cambiare – e non avevo lasciato trapelare molto nella sfera pubblica. Prima è stato il periodo prenatalizio: da una parte si erano chiuse, e avevo chiuso, alcune porte, ormai storiche, e ne ero al contempo sollevata e dispiaciuta, comunque segnata. D’altra parte non sopportavo il brulicare di buonismo attraverso i soliti auguri, mi chiedevo se la gente sapesse come stava il proprio vicino di casa, il fruttivendolo, il cognato… come stavo io. Che senso ha fare tutti questi auguri una volta all’anno e poi disinteressarsi degli altri per il resto del tempo? Avevo visto un paio di testi su Facebook, fra lo scherzoso e l’incazzoso, su questa lunghezza d’onda, eccone uno:

A tutti quelli che per il 2010 mi hanno inviato auguri di pace, prosperità, gioia, serenità, amore, felicità, benessere, ecc., ecc., ecc. comunico che: NON SONO SERVITI A UN BEL NIENTE!
Per il 2011 quindi si prega di inviare:
*Soldi contanti e/o assegni;
*Buoni benzina e/o gasolio;
*Generi alimentari di prima necessità, possibilmente a lunga conservazione, “NO MADE IN CHINA”.
Grazie di ♥. Buon anno!

Poi è arrivato il 6 gennaio, dopo quasi una settimana di influenza a letto. Avevo pochi soldi per le calze e poca voglia di improvvisare, le bimbe mi avevano già detto che secondo il papà “Babbo Natale non esiste, e nemmeno la Befana” ed ero molto tentata di mollare e dire che era vero, non esistevano e morta lì. Invece sono andata avanti, mi sono inventata delle calze poco ortodosse che le bimbe non hanno apprezzato – quando erano piccole ci cascavano ancora, ora invece ci tengono di più alle usanze consolidate. Fortuna che il comune di Vicenza è arrivato in mio soccorso! C’era la proiezione di un film in 3D per bambini al cinema Odeon, ingresso gratuito, calza con dolcetti e libro in regalo, siamo arrivate giusto in tempo per vedere… l’atrio straripante di genitori nevrotici e bambini ululanti. Non ci stava più uno spillo, le piccole hanno capito ma avevano gli occhi lacrimosi. E per strada gli sconosciuti che ci salutavano, i vecchietti che rincaravano la dose: “allora, è arrivata la Befana? vi ha portato tanti dolcetti? erano buoni? ma che belle bambine!”. Le mie bambine avevano lo sguardo di Kathy Bates in Misery non deve morire, e un po’ anch’io, li avrei uccisi tutti! Ma come si permettono? Ma cosa ne sanno di me, di noi?

Ecco, appunto: cosa ne sanno? Spesso sanno quello che vogliono sapere, certo, molte persone non guardano neanche chi hanno di fronte… ma io, cosa dico di me? Cosa racconto con i miei gesti, con le mie azioni? Evidentemente ciò che mi accadeva dentro non si rifletteva fuori. Un po’ come la storia delle calze: facevo prima a dire alle bimbe che non esiste la Befana, no?, così mi risparmiavo l’angoscia di inventarmi i dolcetti alternativi! La sostanza non coincideva con la forma. Ma allora, se la sostanza non coincide con la forma si può dire che esista veramente? Forse non del tutto.

Mi sentivo una befana, con le scarpe tutte rotte, quindi ho deciso di fare qualcosa, di far capire agli altri di che cosa ho bisogno, di cercare ciò che voglio, di bussare a diverse porte, di propormi, di andare nella direzione che piace a me e in cui so di potermi spendere al massimo. E proprio in quel momento qualcuno ha cominciato a bussare alla mia porta, proprio con ciò che amo. Infatti dal 10 gennaio è successo di tutto, con l’avvio di nuovi progetti come Todos a jugar, sul bilinguismo italiano-spagnolo, con incontri interessanti e stimolanti al Geek BioBrunch, e il tutto si è completato con il mio trentacinquesimo compleanno, il 20. Quel tutto che si è completato è soltanto l’avvio, iniziato molto timidamente quasi due anni fa quando dicevo “avere trentatré anni e sentirli“. Anche allora ero stanca, della paura e dell’immobilità, qual è la differenza con il presente? Tra il dire e il fare c’è di mezzo la volontà, il desiderio reale di qualcosa, l’assunzione delle relative conseguenze, l’accettazione di sé in tutto e per tutto, la responsabilizzazione fino alle ultime conseguenze, l’onore e l’onere della libertà.

Ora che finalmente ho capito e accettato, sia in ambito privato che pubblico/lavorativo, che uno dei nodi principali della mia vita è la comunicazione – dire le cose, farle passare dal punto A (io) al punto B (l’Altro), usando il linguaggio o il teatro - posso camminare nella direzione che voglio io e non a cerchi o avanti e indietro a scavare la trincea. E finalmente gli auguri non mi appaiono soltanto come ombre o surrogati di rapporti reali, il 20 gennaio ho visto con chiarezza chi me li ha fatti con il cuore, con rispetto, con affetto.

Quindi rispondo a Luca: sì, le cose vecchie possono essere sostituite, ma ci vuole tanto tempo (mi ci sono voluti due anni solo per la partenza!) e tanta fatica, tanto sudore e tanta stanchezza, e una ricerca attiva di una cosa Altra. Che poi è tutta da capire: Altra rispetto a cosa? E se l’Altro fosse in realtà il sé da troppo tempo negato e soffocato? Per me è proprio così, e per te? Per smuovere un po’ le acque forse può aiutare questo breve testo riportato ieri da Gianni Davico, che arriva come morale alla favola o come incipit di una nuova storia:

Fino a che uno non si compromette c’è esitazione, possibilità di tornare indietro, e sempre inefficacia. Rispetto ad ogni atto di iniziativa c’è solo una verità elementare, l’ignorarla uccide innumerevoli idee e splendidi piani. Nel momento in cui uno si compromette definitivamente anche la provvidenza si muove. Ogni sorta di cose accade per aiutare cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo. Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso.

˜˜˜

La fotografia in alto è mia, l’ho scattata il 16 gennaio scorso al Parco del Risorgimento di Vicenza, con un inizio di nebbia. In omaggio a Gianni Davico. E alla nebbia, alla luce, agli alberi.

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  • Alle spalle, ma neanche tanto