Commento a “Casanova di se stessi”, di Aldo Busi

10 dicembre 2010 @ 04:23

È iniziata la pubblicazione del mio commento a Casanova di se stessi, di Aldo Busi, sul sito Altriabusi.it. Si tratta di una lettura commentata o di una raccolta di appunti di lettura, un lungo percorso che apparirà a puntate. Ne riporto un passaggio:

pagina 35, sempre parlando della verità, dice: “Posso barare all’infinito per la vanagloria della Verità, ma so che non riuscirò mai a sedurre la mia parte di cenere, a plagiarla perché ritorni carne della mia carne: in questo istante sono vivo, è la sola verità possibile, eppure ci sono tanti modi per essere vivo e non esserlo, e ecco che sarei già stato fregato anche da questa Verità se non sto in guardia contro la tentazione di farne un’abitudine, una garanzia per vegetare senza più esserne consapevole”. Qui c’è materiale a bizzeffe per parlare di Busi o di Subi o dell’essere umano (essere umano non solo inteso come specie, ma anche come modo di essere: un essere umano può perfettamente non essere umano) o di ognuno di noi come singolo. Visto che ancora mi risulta difficile partire dall’universale, parto da me: io ho sempre barato e ho cercato di sedurre la mia parte di cenere, solo che non ho tenuto conto del fatto che di cenere non ne avevo, perché non c’erano state le braci, il fuoco non era mai stato acceso. La bambina che sono stata non è mai andata via, non potevo plagiarla, è lei che ha ipotecato il futuro in modo da plagiare la donna che cerco di diventare, la donna che solo ora comincia a prendere forma. O forse dovrei dire, la donna che comincio a prendere forma, forzatura compresa. Ora però mi rifiuto di barare, anche per il solo fatto di comprendere che non c’è nulla né nessuno da sedurre, ci sono solo io e non sono seducibile. Comincio a sentire che sono viva, ma appunto ci sono tanti modi di essere vivo, e pure di non esserlo, e per me il rischio maggiore, fino a poco tempo fa, era quello di fare della consapevolezza un’abitudine, svuotandola di significato e affievolendone il legame con ciò che la ha provocata e ciò che può vedere. Fare mercimonio della consapevolezza per l’insabbiamento di ciò che mi fa comodo non toccare.

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