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#socialamici imbranati

Mi piace che la gente si presenti quando mi chiede l’amicizia su Facebook. Certo, non tutti saranno creativi, ma basta davvero poco per far capire perché ci si avvicina. E anche se una persona non si presenta subito, può sempre dire qualcosa dopo che ho accettato – ho deciso di dare un’opportunità comunque agli sconosciuti, talvolta sono solo imbranati. C’è imbranato e imbranato, però!

Verso luglio dell’anno scorso ricevetti una richiesta di amicizia da un uomo che non conoscevo, guardando nel suo profilo scoprii che avevamo oltre 70 amici in comune (settore web e consulenze, per lo più). Nessuna presentazione, quindi decisi di accettare e di mandargli il solito messaggio per questo tipo di casi. Ecco cosa accadde:

conversazione con un socialamico imbranato su facebook

Inutile dire che non abbiamo più avuto alcun genere di contatto: non un messaggio, non un commento, non un “mi piace”, nulla. Non abbiamo proprio niente da condividere – ho guardato di nuovo la sua bacheca oggi – e le decine di “amici” in comune non sono altro che un dato statistico. Che la parola amico sia usata spesso come sinonimo di contatto, su Facebook, è ormai cosa assodata, tuttavia questa confusione tra quantità e qualità delle relazioni mi fa pensare parecchio. Su cosa ci basiamo veramente per valutare una persona incontrata online: il lavoro che fa? le persone in comune? Mi riferisco al primo incontro, quando non sappiamo nulla di chi abbiamo di fronte e non ci sono molti contenuti ad aiutarci.

Questi sono solo appunti per riflessioni su cui tornerò con regolarità. Nonostante una lunga lista di dialoghi esemplari che da tempo mi ripropongo di pubblicare, ho capito soltanto di recente che la comunicazione privata tra socialamici funziona in modi molto sui generis.

Intanto rimuovo l’imbranato dagli amici, ho aspettato finora solo perché continuavo a rimandare questo post :-)

#socialamici e la forza del destino

Come sapete, oltre che di lettere e traduzione mi occupo spesso di progetti web e mi interesso delle dinamiche che si instaurano tra le persone nei social network. Un mio chiodo fisso è l’amicizia su Facebook: come si instaura, come si sviluppa e come, eventualmente, muore. Ne ho scritto più volte qui, prima con una posizione severa, poi più flessibile e aperta (mi piace che la gente si presenti, ma alla fine do sempre un’opportunità a chi non lo fa) e infine a proposito dei profili che non corrispondono a persone.

Ora inauguro una serie di post sui modi più o meno strambi, stupidi o simpatici di fare amicizia sui social network, una sorta di raccolta sulla socializzazione in privato – ché di quanto si scrive sulle bacheche si sa già parecchio. E a prova della mia indistruttibile fiducia nell’umanità, comincio con un esempio positivo, una richiesta originale e irresistibile:

Richiesta di amicizia da Leonardo Marcello Pignataro, traduttore editoriale e di audiovisivi

E non poteva essere altrimenti, Leonardo Marcello Pignataro è un ottimo traduttore editoriale e di audiovisivi! L’avevo già incrociato nei soliti giri traduttoreschi online, quindi la richiesta di amicizia non è arrivata dal nulla, ma con una presentazione del genere oltre a ridere assai ho accettato molto di buon grado. Gli ho chiesto se potevo citarlo, of course; invece quando scriverò qualcosa sui cafoni (ne ho uno da campionato, vedrete) li lascerò nell’anonimato, preferisco risparmiarmi denunce per diffamazione.

Recupererò anche i post pubblicati sulla mia bacheca, sempre per quella mia idea di sottrarre i testi effimeri all’oblio. Se qualcuno, poi, vuole aggiungersi a quest’impresa di antropologia culturale, ne sarò più che contenta. La serie sarà contrassegnata dall’etichetta #socialamici.

[Punto Aparte] Un solido grumo di dolore

camminata fra gli alberi

Alcuni giorni fa è stato pubblicato un mio articolo sulla vergogna (in spagnolo), scritto per il quarto numero della rivista Punto Aparte. Eccovi un passaggio tradotto in italiano:

La vergogna che ci rifiutiamo di affrontare nasce nell’infanzia e ci riconduce sempre, inevitabilmente, all’infanzia. Ci fa sentire incompleti e piccoli, vulnerabili e fragili, esposti agli altri. Ci porta a puntare il dito verso un’altra persona o situazione per liberarci dal peso di noi stessi – peso acquisito, ricordiamolo, non intrinseco. Arriva irruenta e atroce, si rivela in tutto il suo paradossale splendore calpestando il nostro corpo e il nostro bisogno di controllare la situazione.

La vergogna è un camaleonte sfuggente e flessibile, sta un po’ ovunque. Non appena credi di averla addomesticata con il meglio della tua artiglieria razionale, eccola che si affaccia da angoli dimenticati e si presenta con una nuova maschera nel momento più inopportuno, proprio quando avevi bisogno dell’esatto contrario.

La versione completa è su Exploradora.

Author Mariela De Marchi Moyano Category Testi

[Punto Aparte] Un sólido nudo de dolor

camminata fra gli alberi

Hace algunos días fue publicado un artículo mío sobre la vergüenza, escrito para el cuarto número de la revista Punto Aparte. Aquí está un pasaje:

La vergüenza que nos negamos a enfrentar nace en la infancia y nos reconduce siempre, inevitablemente, a la infancia. Nos hace sentir incompletos y pequeños, vulnerables y frágiles, expuestos a los demás. Nos lleva a apuntar el dedo hacia otra persona o situación para liberarnos del peso de nosotros mismos – peso adquirido, recordémoslo, no intrínseco. Llega irruenta y atroz, se revela en todo su paradójico esplendor atropellando nuestro cuerpo y nuestra necesidad de controlar la situación.

La vergüenza es un camaleón huidizo y flexible, cabe en todas partes. Ni bien crees haberla domesticado con lo mejor de tu artillería racional, hete que se asoma desde rincones olvidados y se presenta con un nuevo antifaz en el momento más inoportuno, exactamente cuando necesitabas todo lo contrario.

La versión completa está en Punto Aparte.

Le aziende non sono amiche, le persone sì / #socialamici

Le persone si abbracciano
Le persone si abbracciano

In un passato piuttosto lontano accettai l’amicizia (su Facebook, of course) da parte di aziende, enti, associazioni e istituzioni varie, soprattutto da Vicenza. Con il tempo ho cancellato un po’ di questi profili, man mano che li rivedevo, ma ora voglio fare pulizia totale – il primo gennaio c’erano tanti di quei compleanni, quasi tutti di aziende! Visto, poi, che continuo a ricevere nuove richieste da queste non-persone, scrivo due righe al riguardo, così mando a tutti un link e si chiariscono (si spera) le idee.

Facebook è una rete di persone. Per iscriversi a Facebook bisogna essere una persona, non a caso nel form d’iscrizione c’è la data di nascita da inserire. Le persone lavorano in aziende, fanno volontariato nelle associazioni, creano gruppi musicali, etc. Per fare in modo che queste aziende, enti, gruppi eccetera abbiano una presenza su Facebook, bisogna creare una pagina. Le persone cliccheranno “mi piace” per seguire gli aggiornamenti della pagina. Certo, la pagina non può mandare messaggi alle persone, saranno le persone che ci lavorano a coinvolgere, a loro volta, altre persone. Perché le aziende e gli enti sono fatti di persone, non solo di prodotti e bilanci e pubblicità. E prima ancora di questo scioglilingua di persone c’è il rispetto delle regole: i profili personali si chiamano così per qualche motivo, se non siete persone createvi una pagina, come previsto dalle regole della casa che vi ospita.

Io faccio amicizia con le persone, non con le aziende. Chiedetemi l’amicizia con il vostro profilo personale, ditemi perché volete essere in contatto con me, se è per motivi promozionali delle vostre attività mi sta benissimo, basta saperlo prima. Una volta ero più severa con le nuove richieste di amicizia, ora sono più aperta a scoprire l’altro.

Se invece siete interessati alle mie attività e non volete contattarmi con un profilo personale, potete sottoscrivere i miei aggiornamenti (il tasto si trova accanto a quello per chiedere l’amicizia), quasi sempre sono pubblici. Oppure potete seguire una delle mie pagine, a seconda dell’argomento:

marielademarchi.it, tutto ciò che riguarda la traduzione, le lingue, il bilinguismo, le lettere, più un po’ di comunicazione e teatro;

exploradora, il mio progetto di ricerca sull’identità e la (ri)costruzione di sé;

MoyanoSomoya, le mie fotografie e forse un giorno altre creazioni;

Punto Aparte, consulenza linguistica e  letteratura, in spagnolo.

Per qualsiasi cosa scrivetemi pure, trovate i miei recapiti ovunque.

Se non le porte, almeno le finestre / #socialamici e dintorni

105_Prosseda al Doppio Borgato

Oggi ho trovato una sorpresa nei messaggi di Facebook, una di quelle cose che non ti aspetteresti mai. Un biglietto omaggio per il concerto di domani al Teatro Comunale di Vicenza: Bruno Canino e Antonio Ballista suonano Debussy.

L’ascolto del più longevo duo pianistico italiano mi è offerto niente meno che da Luigi Borgato, costruttore di pianoforti, di cui l’altro ieri ho accettato la richiesta di amicizia in un momento di rara generosità e fiducia nel genere umano. E infatti, pur non conoscendolo di persona penso di aver fatto bene, non per il biglietto omaggio o perché Borgato è un vero e proprio genio artigiano del pianoforte, l’unico al mondo a costruire il piano-pédalier, ma perché è una persona deliziosa, umile e gentilissima – per ora solo al telefono, domani avrò occasione di confermare la mia prima impressione.

Allora mi viene da pensare che se io avessi applicato alla lettera le mie regole per le richieste di amicizia su Facebook, non avrei avuto l’occasione di conoscerlo né di ricevere una bella sorpresa, perché la richiesta di amicizia non era accompagnata da un messaggio di presentazione e avevamo pochissimi contatti in comune. Forse, quindi, devo essere un po’ più tollerante e lasciare, se non le porte, almeno le finestre aperte. In realtà sono già tollerante, ma mi concentro troppo nel discriminare la gente che si avvicina a me (guerra preventiva) piuttosto che nell’allontanare le vere minacce (sana difesa). Ho qualcosa su cui riflettere, ecco.

Nel frattempo domani sera mi farò una bella cura musicale: i concerti dal vivo, soprattutto di musica classica, mi rigenerano come poche altre attività. E ho davvero bisogno di bellezza e di passione, quelle della dedizione costante all’amore di una vita.

Incontrerò Luigi Borgato prima del concerto e vi racconterò di più.

2700_Luigi Borgato

>>> Confermato tutto, Luigi Borgato è un grande artigiano, e il concerto è stato stupendo.

Il diario è mio e lo gestisco io

rainbow

È da parecchio che ci penso. All’inizio è stata solo una sensazione di sabbia fra le mani: nella timeline di Facebook le nuove pubblicazioni schiacciano quelle di appena una settimana prima, se è il nostro compleanno peggio ancora, se poi gli amici ci taggano in qualche foto il gioco è fatto, la memoria va a farsi friggere – e a nulla serve impedire agli altri di pubblicare sul nostro “muro”. E noi che magari scrivevamo per ricordare! O addirittura, per non dover ricordare, delegavamo la memoria ai social. E invece no, i social network sono solo strumenti che veicolano la comunicazione, se vogliamo contenitori siamo messi male. Che resta di tutti i post che abbiamo condiviso su Facebook?

Un po’ alla volta ho sentito il bisogno di avere le mie cose fra le mani. Quando poi ho voluto ripescare un testo che sapevo di aver condiviso almeno sei mesi prima e mi sono trovata di fronte all’impossibilità di fare una ricerca come si deve, mi sono finalmente decisa: riprendo il blog come prima casa per la condivisione di contenuti. Non solo per i testi nuovi, ma anche per rendere fruibili quelli vecchi.

In parte ho iniziato l’operazione di recupero per il progetto exploradora, un po’ alla volta lo farò anche qui con il materiale legato al mio lavoro e ad altre attività come il teatro. Ogni contenuto sarà pubblicato con la data originale, in modo da costruire una mia timeline con ciò che conta. Su ogni post ci sarà, da qualche parte, un link al post originale (di solito su Facebook), in modo da creare un flusso intrecciato che alimenti entrambe le piattaforme. Staremo a vedere come andrà!

Vuoi farti un trip? Fatti un film!

Perché drogarsi quando ci si può fare un bel film? Gli effetti collaterali sono a dir poco stupefacenti e durano molto a lungo, con un prezzo tutto sommato accessibile a tutti.

Ieri, quando sono uscita dal cinema dopo 4 ore e mezza (269 minuti!) di C’era una volta in America, ero sconvolta; sentivo quell’estraniamento tipico di quando sei catapultato in una realtà completamente diversa dalla tua, ma era la vita reale ad apparire estranea: Sergio Leone mi aveva completamente rissucchiata nella storia e nei personaggi. In più di un primo piano ho notato che il mio torace si sporgeva in avanti, il richiamo delle rughe e delle pieghe dei volti era una calamita, era l’emozione irresistibile del primo amore.

Un amico cineasta, Daniele, mi aveva avvertita: fanno la versione integrale di quel capolavoro ai cinema Space, non perdertelo, sono state reinserite scene che erano state tagliate, è stato restaurato, devi assolutamente vederlo, poi potrai anche prendere il DVD ma al cinema è diverso… Mi aveva anche anticipato qualche dialogo, i piccoli gesti d’amore di solito ignorati. In teoria a Vicenza lo facevano solo fino a domenica 21, ma il giorno dopo è uscita una notizia in cui si diceva che a grande richiesta del pubblico le proiezioni sarebbero durate più a lungo. E infatti ieri, lunedì 22, lo facevano ancora. Solo che non lo sapeva nessuno, le nuove date non comparivano né sui giornali né sul sito della catena di multisala, e mi sono ritrovata a guardare il film insieme a un altro amico con la sala deserta! Niente interferenze di commenti cretini, niente rumore di patatine e bibite, una situazione che aveva del surreale: noi due e il grande schermo, trascinati in un universo ricco e avvolgente.

La lunga durata non si sente affatto, i piccoli gesti diventano epici, i silenzi dicono molto di più delle parole – come di consueto per Sergio Leone. Per mia fortuna, poi, era la mia prima volta in assoluto: non avevo mai visto questo film, ero vergine. E ne sono più che felice. Purtroppo non posso guardare altri film per qualche settimana, dopo di questo non penso proprio di riuscire a tollerare lavori che siano soltanto “buoni”, i veri capolavori sono rari.

Non perdetevelo, ché lo fanno ancora per qualche giorno. Occhio che in alcune città (come Roma) i biglietti sono pressoché esauriti, quindi organizzatevi, meglio se andando in biglietteria con largo anticipo.