From Appunti di lettura

Commento a “Casanova di se stessi”, terza puntata

Qualche giorno fa è stata pubblicata su Altriabusi.it la terza parte della mia lettura commentata di Casanova di se stessi, di Aldo Busi. Vi lascio qui un passaggio:

Ecco che a pagina 101, con il primo paragrafo, Subi ci spiega come lavora alla storia ma non è come lavora Busi alla storia:

“Devo fare mente locale: i dettagli diretti, di cui sono personalmente spettatore, in questa storia non sono poi molti, devo spremerli uno per uno all’inverosimile. Preferisco ripeterne parecchi che ometterne uno solo. Anche perché un dettaglio è un iceberg che comincia col presentare solo la punta. Un dettaglio è un mondo spesso senza confini.”

Qui, dunque, sembra che Subi sia in possesso di pochi dettagli e che per ciò li sprema all’inverosimile, in modo da trarne fuori il massimo dell’essenza della storia, del senso, del significato. Ovviamente sono dettagli studiati a tavolino da Busi, che se li ripete non è per paura di ometterne uno, ma perché ha un senso ripeterli, perché collegano un pezzo della storia con un altro, un’azione con un sentimento, un significante con un significato, come la pallina di Dolores, come la celidonia, come il lavoro del fratello (essere piastrellista, andare in tutte le case e farsi tutte le casalinghe, cosa di cui parla all’inizio e che poi, cioè prima, dice Carità quando si incontrano per prima volta). Questo passaggio vale per me in toto: i dettagli di cui sono personalmente spettatrice (e attrice) nella mia storia sono pochi, almeno quelli di cui ho piena consapevolezza. Ho bisogno di spremere e ripetere ciò di cui sono consapevole, per fare in modo di trovare un po’ alla volta ciò che manca, il resto dell’iceberg.

Commento a Casanova di se stessi, seconda puntata

È apparsa su Altriabusi.it la seconda parte del mio commento a Casanova di se stessi, di Aldo Busi. La strada è lunga, ma intanto:

pagina 43, dopo aver parlato di suo fratello Miasorella Rodolfo, Aldo Subi parla della storia che sta raccontando e di sé come scrittore. A pagina 47 c’è il paragrafo che mi interessa: “Dovrò prendere dei provvedimenti contro la mia naturale antropofagia sentimentale raccontando della vita di quelle persone di Casa Nuova ai Cocuzzi dentro questa storia e di questa storia fuori dalle loro vite che non saprebbero raccontare questa storia nemmeno per la parte che ne hanno avuto una per ciascuna, figuriamoci la parte avuta dalla propria vita rispetto a quella di un altro a caso e poi la parte, cioè la storia stessa, che tutte insieme hanno avuto intrecciandosi l’una con l’altra… e che per buona parte degli implicati costituisce poi anche tutta la loro vita, senza storia, che hanno vissuto e che non avrebbe alcuna storia nemmeno per loro stessi se non ci fossi io a raccontargliene una, questa, la mia.” C’è la solitudine delle persone, il bisogno di vivere una vita da morti viventi per limitare la sofferenza o per evitare di vedere e sentire pienamente la propria piccolezza, ci sono le tante vigliaccherie e comodità… Anche qui torna uno dei nodi della storia, quello della consapevolezza (ho il sospetto che sia un nodo fondamentale di gran parte dell’opera di Busi, se non tutta). Ed è pure un nodo per me, e che nodo! Potrei mettere tutto in prima persona e ci starebbe benissimo, la mia vecchia (per motivi di durata, non ancora perché superata) incapacità di collegare le cose fra di loro e di raccontare una storia, come minimo la mia. In teoria sarebbe meglio parlare di rifiuto e non di incapacità, ma l’incapacità, che prima non era che una conseguenza del rifiuto, è a tutti gli effetti ciò che c’è ora, ancora più del rifiuto, che pure c’è ancora. Non è irreversibile, perché l’irreversibilità implica uno stato di cose anteriore a quello attuale ma per me non c’è mai stato un prima. Quindi non è che devo recuperare la capacità di collegare le cose e di raccontarmi e raccontare la vita e le vite, devo sviluppare questa capacità. Non dico da zero, ma quasi. Io mi ritrovo a vedere tanti pezzettini di me quanti personaggi ci sono in questo libro (tanti, ma proprio tanti), sparsi di qua e di là. E mi costa prendere provvedimenti contro la mia ormai naturale autofagia sentimentale, per prendermi carico delle persone che mi sono, che sono.

Commento a “Casanova di se stessi”, di Aldo Busi

È iniziata la pubblicazione del mio commento a Casanova di se stessi, di Aldo Busi, sul sito Altriabusi.it. Si tratta di una lettura commentata o di una raccolta di appunti di lettura, un lungo percorso che apparirà a puntate. Ne riporto un passaggio:

pagina 35, sempre parlando della verità, dice: “Posso barare all’infinito per la vanagloria della Verità, ma so che non riuscirò mai a sedurre la mia parte di cenere, a plagiarla perché ritorni carne della mia carne: in questo istante sono vivo, è la sola verità possibile, eppure ci sono tanti modi per essere vivo e non esserlo, e ecco che sarei già stato fregato anche da questa Verità se non sto in guardia contro la tentazione di farne un’abitudine, una garanzia per vegetare senza più esserne consapevole”. Qui c’è materiale a bizzeffe per parlare di Busi o di Subi o dell’essere umano (essere umano non solo inteso come specie, ma anche come modo di essere: un essere umano può perfettamente non essere umano) o di ognuno di noi come singolo. Visto che ancora mi risulta difficile partire dall’universale, parto da me: io ho sempre barato e ho cercato di sedurre la mia parte di cenere, solo che non ho tenuto conto del fatto che di cenere non ne avevo, perché non c’erano state le braci, il fuoco non era mai stato acceso. La bambina che sono stata non è mai andata via, non potevo plagiarla, è lei che ha ipotecato il futuro in modo da plagiare la donna che cerco di diventare, la donna che solo ora comincia a prendere forma. O forse dovrei dire, la donna che comincio a prendere forma, forzatura compresa. Ora però mi rifiuto di barare, anche per il solo fatto di comprendere che non c’è nulla né nessuno da sedurre, ci sono solo io e non sono seducibile. Comincio a sentire che sono viva, ma appunto ci sono tanti modi di essere vivo, e pure di non esserlo, e per me il rischio maggiore, fino a poco tempo fa, era quello di fare della consapevolezza un’abitudine, svuotandola di significato e affievolendone il legame con ciò che la ha provocata e ciò che può vedere. Fare mercimonio della consapevolezza per l’insabbiamento di ciò che mi fa comodo non toccare.